La Saga do Ozo – 4 cap – Ricongiungimento con i compagni

Ricongiungimento con i compagni

 

Il volo fu breve e dagli schermi, che fungevano da finestrini, il panorama e l’effetto fu da mozzafiato per i miei compagni, in particolare quando la navicella si tuffò nel canalone percorrendolo ad una velocità che non consideravo saggia. Praticamente si fermò di colpo davanti alla parete di metallo della nave, fu impressionante non sentire la decelerazione. La parete si aprí e la navetta fluttuò all’interno; ruotò per mettere la prua in linea con l’uscita dell’hangar e si adagiò lievemente sul suo dock.

Scendemmo ed iniziammo a spostare i corpi dei caduti nella zona che il droide ci indicò, per poi dedicarsi con Toni ad occuparsi di Sayuri. 

Si aprì la porta che dava sul corridoio della nave, dove alcuni di droidi stavano aspettando. In due si avvicinarono, spingendo una specie di lettiga, alla barella improvvisata su cui stava Sayuri. La sollevarono e l’adagiarono sulla lettiga con estrema attenzione e delicatezza e partirono immediatamente seguiti dal droide che ci aveva accompagnato. 

Toni fece per seguirli ma fu gentilmente fermato: «Mi spiace Dottor Antonio, lei ora non può seguirci. In futuro forse…» disse il droide e si avviarono lungo il corridoio a tutta velocità. 

«Dottore?» Chiesi guardandolo. 

«Beh non sapevo come spiegare che ero un infermiere e ho detto che mi occupavo della salute della squadra e lui ha tratto le conclusioni. Sai come sono le macchine…»

Si avvicinò un’altro droide che ripetè la formula che già conoscevamo «Sono Theel Or Tenen scienziato capo della missione scientifica Vanai, vi parlo tramite questo droide. Siate i benvenuti» e continuò «Ora porteremo in vostri caduti in una stanza, dove potranno riposare in attesa di una vostra decisione in merito. I gusci in cui li abbiamo avvolti, eviteranno il decadimento dei tessuti per un tempo infinitamente lungo. Ora vi accompagneremo nella zona degli alloggi che erano riservati all’equipaggio di questa nave scientifica. Sono alloggi singoli che si affacciano sul nostro giardino. Siamo più simili che diversi, quindi ritengo che troverete la sistemazione adeguata. Per il momento ovviamente non potete uscire dalla zona degli alloggi, spero che comprendiate.» 

Fummo scortati dai droidi e raggiungemmo una zona ampia e… con un giardino! Rimanemmo esterrefatti, guardandoci, senza riuscire a proferire parola. 

«Ci sono quaranta alloggi singoli divisi su due livelli, si accede tramite le scale che vedete o tramite elevatori. Ogni alloggio ha due porte, una sulla giardino e una sui corridoi interni della nave che rimarranno chiuse. Potete scegliere l’alloggio che preferite.» 

Ci guardò come attendere domande e continuò: «in ogni alloggio c’è un replicatore di cibo, un’area di studio con terminale a cui porre tutte le domande che desiderate; un letto con guardaroba ed una struttura per le esigenze biologiche. Buona permanenza», si girò e seguito dagli altri droidi usci dalla porta che si chiuse alle sue spalle.

Ci scegliemmo gli alloggi, cercando di memorizzare il simbolo sull’ingresso per poterlo riconoscere successivamente. Sistemammo le nostre poche cose, togliendoci le armature e ci radunammo nel “Giardino” come iniziammo a chiamare quello spazio aperto. Era veramente una cosa incredibile. Abituati agli spazi ristretti e poco confortevoli delle nostre navi, sempre al limite delle risorse (almeno per noi della truppa) tutto quello spazio, che sarebbe stato sicuramente definito superfluo dai progettisti terresti, ci lasciava esterrefatti ma anche piacevolmente sorpresi.

Mi sedetti su quella che sembrava erba, forse sintetica o forse no, e richiamai l’attenzione dei miei compagni. 

«Venite a sedervi, vediamo di fare il punto della situazione» si sedettero, rilassandosi in attesa delle mie parole. 

«Prima di tutto, un momento di raccoglimento per i nostri compagni caduti…» rimanemmo in silenzio per alcuni minuti ciascuno immerso nel propri ricordi degli amici persi. «Allora» ripresi a parlare «siamo a poco più 16 anni luce da casa, abbandonati dai nostri comandanti, anzi direi condannati ad una morte sicura, visto che sono entrati in iperspazio ad una distanza letale dalle nostre navette» li vidi annuire con i lineamenti contratti «Siamo rimasti in nove, dieci con Sayuri. Abbiamo avuto questa offerta di ospitalità, in cambio ci è stato chiesto un aiuto a rimettere in navigazione questa nave.» 

Mi guardarono con curiosità mista ad incertezza e incredulità. 

«Aiuto? Si e no potremmo fare da porta attrezzi» Esclamò Willy strappando alcuni sorrisi. Bene il suo umore non era cambiato ed era una cosa importante per la squadra. 

«Theel, nostro padrone di casa, può addestrarci, trasferirci la conoscenza necessaria per aiutarlo. Credo che questa sia un’opportunità», aggiunsi. 

Avendo già riassunto durante il viaggio verso la nave la posizione dei Vanai nei confronti dei terresti non avevano bisogno di altre spiegazioni. 

«Sono il vostro comandante, anche se nella situazione attuale non so quanto i gradi abbiamo un senso., però mi piacerebbe che fosse una decisione di tutti e non un mio ordine», aggiunsi. 

«Vi lascio un paio d’ore per discuterne tra voi.»

Ritornai al mio alloggio e mi sedetti a scrivere appunti e riflessioni sul mio pad. Non era esagerato dire che stava iniziando un nuovo capitolo della nostra vita e sfide, incognite e decisioni si profilavano all’orizzonte.

Era passata poco più di mezz’ora quando sentii una voce «Ehmm, Ozo?» Mi girai, Siro era sulla porta «Avremmo già preso una decisione»

 «Arrivo» dissi mettendo via il pad ed alzandomi. Li raggiunsi sul prato, dove mi aspettavano con espressioni serene e decise. 

«Mi hanno incaricato di comunicarti la decisione…» riprese Siro «Siamo con te, qualsiasi cosa accada e in qualsiasi luogo. Siamo soli ora, siamo una squadra e tu sei il nostro capo.» 

Li guardai «Direi che siamo più di una squadra…» 

Siro riprese la parola «Vero. Inoltre pensiamo che sia giusto mantenere i gradi, fa parte della nostra vita, del nostro addestramento, credo che sia più semplice così. In fondo ai nostri cuori siamo Spangers e rimarremmo tali» 

Li guardai con orgoglio, affetto e ammirazione.

«No-Ka!» dissi, «No-Ka!» risposero in coro e ci abbracciammo.

Mi sedetti al terminale e mi misi in contatto con Theel.

«Buongiorno Theel», cercavo di mantenere una conversazione normale; mi aiutava a non pensare all’immensità delle cose che mi erano, che ci erano capitate negli ultimi giorni e che avremmo dovuto affrontare. 

«Buongiorno Ozo.» Il volto e l’espressione di Theel, così tranquilli e sereni, mi ricordavano quelle di alcuni monaci zen che avevo conosciuto durante i miei studi. 

«La squadra ha accettato la tua proposta.»

«Quindi ne avete discusso, non l’hai ordinato.» 

«No, Theel, non l’ho ordinato. Siamo di fronte ad eventi particolari, di ampio respiro e non in una rapida azione militare. Sono scelte personali, solo così la squadra si mantiene unita e forte.» 

Ci fu un silenzio, che mi sembrò più lungo del normale.

«Bene, molto, molto bene» e aggiunse: «Sono molto felice di tutto questo e sinceramente non mi aspettavo di meno», lo guardai, cioè guardai lo schermo. 

«Cosa vuoi dire?»

«Diciamo che la mia intuizione si è dimostrata vera». Un lieve sorriso apparve sul suo volto, forse.

«Mmm», borbottai, «diciamo che per ora ti credo», questa volta il sorriso di Theel si allargò sul suo volto.

«Ora», continuò, «Sayuri è stabilizzata ma devi prendere una decisione, visto il legame che vi aveva unito e che è ancora forte.»

«L’unica soluzione che vedo possibile è di sottoporla allo stesso trattamento a cui mi sono sottoposto io ed integrarla con la Nerell. La sua mente», continuò, «con l’incidente ha subito alterazioni, nel nostro caso in senso positivo, e questo renderà più semplice l’integrazione.»

Rimasi in silenzio, guardandomi le mani e riflettendo su quanto stavo ascoltando. Theel rimase in attesa e quando rialzai gli occhi su di lui continuò: «Non ti preoccupare, i suoi pensieri, ricordi e personalità saranno separati dai miei e dalla nave, ma potrà interagire come desidera, liberamente sia con me, con la nave e con voi.»

Annuii.

«Ora vi metto in contatto….» 

L’immagine di Theel sparì dallo schermo e apparve quella di Sayuri. Sembrava un po’ più giovane e portava i capelli come quando eravamo insieme prima di entrare in servizio attivo. 

«Ciao Ozo» la sua voce era un po differente «Come stai?»

«Bene» risposi con un nodo in gola.

«Ci è capitata un cosa veramente incredibile», continuò, «nonostante le mie condizioni, sono veramente eccitata dalle opportunità. Sono consapevole di quello che ci è capitato e del mio incidente. Mi ha anche riferito delle perdite e dell’opportunità di lavorare con lui per andare via da questo pianeta.» 

«Vero, abbiamo avuto molta fortuna. Rischiavamo di morire di freddo e di fame prima di raggiungere la zona equatoriale e poi avremmo avuto il problema di lasciare il pianeta» risposi.

«Ora», continuai, «dovremmo prendere una decisione sulla tua vita. Nelle condizioni in cui sei, il tuo corpo non può reggere a lungo.»

«Lo so Ozo…» 

«Theel ti ha accennato che vorrebbe sottoporti al suo stesso trattamento? Diventeresti parte della nave…»

«Si mi ha dato accesso ai suoi ricordi, è stato strano ma utile.» 

Strinsi le labbra.

«Conosco quel gesto», mi punzecchiò Sayuri, «sei preoccupato? La decisione la dobbiamo prendere insieme.»

«Non voglio perderti.»

«Lo so», mi rispose, «quindi la decisione è presa, anche perché l’alternativa non piace a nessuno dei due.»

E sorrise, e gli occhi mi si inumidirono…

Lasciai passare quasi un’ora prima di ricontattare Theel.

«La decisione è presa, puoi procedere» il suo volto riempì lo schermo.

«Saggia decisione Ozo, ora devi dirmi chi per primo della squadra si sottoporrà alla procedura di addestramento e formazione.»

«Ovviamente sarò io» gli confermai.

«Bene, lo immaginavo. Iniziamo domattina.»

«Immagini molto» aggiunsi. 

«Theel…»

«Si?»

«Sarebbe possibile pensare come creare degli abiti comodi per noi? Abbiamo solo queste tute da indossare sotto le armature e non sono molto comode e non possiamo portarle per sempre.»

«Giusto», rispose, «a volte mi dimentico delle necessità fisiche.»

Raggiunsi gli alloggi e mi avvicinai a Siro: «Ascolta, domani inizio l’addestramento e vediamo cosa succede. Ti passo il comando fino al mio ritorno.»

Mi guardò attentamente, «Ci vado io, se dovesse capitare qualcosa ci saresti comunque tu a guidare la squadra.» 

«Ha un senso quello che dici, ma lo sai già che andrò comunque», aggiunsi sorridendo. Scosse la testa e sorrise anche lui.