La Saga di Ozo – Lo sbarco su Daregir

Lo sbarco su Daregir

Dal diario di Ozo: data 2491.301/17:13 

“Siamo in navigazione da un paio di mesi, ci hanno comunicato la destinazione. Un sistema solare ai margini della nostra, sfera di influenza o frontiera se ha un senso usare questa parola nello spazio… C’è un solo pianeta, con la sua luna abitabile, con una miniera per l’estrazione diaduranium nella fascia tropicale. Il resto è fottuto ghiaccio.

La mia squadra è pronta, come sempre, anche se il morale è sceso parecchio. Di 40 siamo rimasti in 27, troppi caduti in questa cazzo di guerra voluta da drogati generali e stupidi affaristi con il culo al caldo nei loro lussuosi appartamenti. 
E prendono decisioni come se stessero giocando un videogame vintage. 

Questa guerra va male, non hanno capito contro chi combattono, non hanno capito la dimensione del problema, non hanno capito come agire…
Tra un’ora dovremmo essere pronti sulla navetta da sbarco, meglio prepararsi.”

Ozo prese posto nello scomodo sedile della navetta, guardò lentamente i propri compagni, osservando i vari rituali che ognuno eseguiva prima dell’azione. «No-ka !» «No-Ka !» risposero tutti. Controllò rapidamente l’equipaggiamento, e abbassò la visiera dell’elmo isolandosi, pensando ad ognuno dei propri compagni sotto il suo comando a Sayuro che in quel momento sedeva ai comandi della navetta. “Guerra di merda, burocrati di merda” pensò, non che possano esserci guerre che non siano una schifezza, ma il Comando stava sbagliando tutto.

— Costellazione Ofiuco, stella Darevis, Pianeta gassoso Alfa Darevis con la luna abitabile Daregir. 16al dalla Terra — 

La nostra destinazione, visualizzata sul display inserito nella parete che ci divideva dalla cabina di pilotaggio. Quel messaggio che ci ricordava quanto eravamo lontani dal nostro Sole, ben 16 anni luce. Eravamo molto lontani da casa, se casa si potevano chiamare trenta metri quadrati inscatolati in un fabbricato sotto la cupola di Mars City.

«Destinazione luna Daregir, zona equatoriale, miniera HD28185-A Compagnia Antares. Lancio entro 5 minuti…» 

La voce del coordinatore di volo della Amazonia, la nave che li stava trasportando, risuonò negli auricolari del casco, distogliendo Ozo dai suoi pensieri. La voce della Tenente Pilota Sayuri Abe, ai comandi del mezzo da sbarco dette la conferma: «Ricevuto Amazonia.» 

Ozo si lasciò andare ai ricordi dei dolci ed intensi momenti passati com Sayuri, erano già più di dodici anni che si frequentavano anche se l’andamento della guerra con missioni sempre più lunghe ed in luoghi differenti avevano raffreddato il loro rapporto fino a trasformarlo in una profonda e sincera amicizia. Sayuri era un fantastico pilota da caccia, ma oramai di caccia ne erano rimasti pochi e sempre di più i piloti venivano usati per lavori di routine come, in questo caso, guidare le navette da sbarco.

Il “fremito” della nave che usciva dall’iperspazio risvegliò Ozo dai suoi ricordi, fece scorrere lo sguardo sui compagni per assicurarsi che tutti fossero pronti; più un’abitudine che una necessità avendo totale fiducia dei ragazzi della sua squadra.

«Delta 1, lancio tra 20 secondi…» la voce del coordinatore risuonò nuovamente negli auricolari Ozo sapeva che già stavano uscendo le navette della pattuglia Charlie. «Cinque, quattro, tre, due, uno .. GO!» 

La forte accelerazione gli strappò un grugnito e la sensazione di caduta libera iniziò a farsi sentire mentre si allontanavano dalla nave.

«Nemici ore due, ripeto nemici ore due!» La voce di Sayuri gli risuonò nel cervello, non poteva vedere nulla da dentro il vano di carico. 

«Sayuri! Cosa…» 

«Ci stavano aspettando, una trappola… Amazonia chiedo il permesso di rientrare.» 

«Negativo Delta 1, attenersi alla missione.» 

«Non possiamo difenderci, non siamo armati.» 

«Attenersi alla missione, ripeto attenersi alla missione.» 

Sentii l’amaro salirmi dallo stomaco e la rabbia montare rapidamente, ma cercai di controllarmi. 

Le voci concitate che rimbombavano nel casco, provenienti da varie fonti, mi fece capire che le cose non stavano andando bene.

«Amazonia, cosa state facendo?! Non potete fare il salto ci distruggerete.» 

«Sayuri cosa sta succedendo?» 

«La Amazonia sta fuggendo, si stà preparando al salto!» 

«Ma che cazzo, siamo troppo vicini, ci ammazzeranno. Bastardi!» 

Vertigini, nausea, freddo e poi caldo. Il sopra e sotto persero di significato. Urla. Buio. Mi sembrava che la pelle sotto l’armatura tattica si stesse accartocciando. Di nuovo luce e la navetta che cambiava forma. Di nuovo nausea, buio. Il calore, tutto girava. Buio, ronzii. Persi conoscenza. Mi ripresi, poi lo schianto, mi sentii sbalzato fuori dal mio posto, contro una parete, ma per fortuna l’armatura fece il suo lavoro impedendo che mi schiacciassi come una frittella.

No so esattamente quanto tempo dopo ripresi conoscenza, forse non molto. Sentivo alcuni gemiti provenire dagli auricolari. Mi alzai, rendendomi conto che non avevo ossa rotte, il biomed incorporato dava parametri vitali buoni e nessun danno. Alzai gli occhi e mi guardai attorno e un conato di vomito mi salì rapido, riuscii a ricacciarlo indietro… 

Il salto nell’iperspazio della nave aveva deformato la navetta ed il suo contenuto, umani compresi. Tutto il lato destro ed il fondo era stato investito dalla deformazione dello spazio-tempo e molti miei compagni si erano ritrovati fusi con le lamiere, sedili e strumenti della navetta. 

Al mio fianco Siro si stava alzando e vidi l’orrore nei suoi occhi quando si accorse dello stato della nostra squadra. 

Fortunatamente l’addestramento prese il sopravvento all’orrore e iniziammo a controllare quelli che non erano stati coinvolti direttamente. Eravamo rimasti in nove. Controllammo i nostri compagni meno fortunati, per loro non c’era più nulla da fare. Entrai nella cabina di pilotaggio, il secondo pilota era morto con l’impatto, loro non portavano una armatura ma solamente una tuta di volo, Sayuri invece… avrei preferito fosse morta. Parte del suo corpo e della testa era fuso con il sedile da pilota e con il casco connesso al computer della navetta. Era viva e vigile. Mi guardò, lo sguardo triste ma non impaurito. 

«Ozzzz…» tentò di pronunciare il mio nome, ma non riusciva a muove parte del viso e a parlare. 

«Tranquilla Sayuri, non ti preoccupare, andrà tutto bene…» Sapevamo entrambi che ero un pessimo bugiardo.

Dal kit medico presi un jetmed e le somministrai una dose di antidolorifico e tranquillante. Rientrai nel vano e raccontai a Siro cosa avevo trovato. 

«Dobbiamo capire dove siamo atterrati e se abbiamo delle possibilità di sopravvivenza», commentò. 

«Siro, tu e Daniel cercate di aprire il portellone e trovate anche le tende di emergenza. Tu Alejandro insieme a Mary recuperate cibo, acqua e kit medici e tutto quello che pensate possa servire.» 

Si misero subito all’opera, niente era meglio in un momento di crisi che avere qualcosa di concreto da fare. 

«Antonio, vai in cabina di pilotaggio e vedi di monitorare le condizioni di Sayuri», aggiornandolo brevemente su cosa avrebbe trovato e cosa le avevo somministrato.

«La solita fortuna!» L’esclamazione di Siro, mi fece girare lo sguardo verso il portellone da dove entrava una forte luce bianca.

«Siamo su una spiaggia?» Chiesi, con un po di ironia. 

«Se vuoi fare un tuffo tieni il casco però… siamo in mezzo al nulla di ghiaccio!»

Lo raggiunsi e fui investito dalla luce e anche da una sensazione di freddo nonostante l’equipaggiamento. Eravamo caduti nella parte coperta dai ghiacci del pianeta. Era urgente determinare l’esatta posizione rispetto alla zona temperata equatoriale e capire se era raggiungibile se volevamo avere una possibilità di sopravvivenza. 

«Che ne pensi Siro?» In attesa di una sua risposta chiamai Willy, la sua esperienza come specialista poteva darmi risposte. 

«Willy, mi sembra che la navetta non abbia importanti danni strutturali e quindi come base per ora è sufficiente. Per favore verifica insieme a Siro lo stato dello scafo, rilevate danni o malfunzionamenti e cercate di capire quanta energia abbiamo a disposizione, già siamo a -45 gradi e le temperature potrebbero scendere» annuirono, e continuai «Pensavo che mettere anche una tenda all’esterno del portellone per usarla come anticamera, potrebbe servire per avere un ulteriore isolamento dal freddo.»

«Ottima idea, procediamo», mi rispose Willy. Guardai di due sergenti mettersi all’opera. Avevo un’altro imminente problema da risolvere.

«Daniel, vai a cercare Anna e Antonio. Vi aspetto qui. Ho un compito, non proprio piacevole per voi.»

Mi fissò con lo sguardo triste «Credo di aver capito Ozo» mi disse allontanandosi.

Cinque minuti più tardi mi raggiunsero, con sguardi tristi ma determinati. 

«Credo abbiate già intuito il compito che vi aspetta. Dobbiamo rimuovere i corpi dei nostri compagni dalla navetta e dare loro una dignitosa sepoltura» annuirono e continuai «Fate un primo giro di controllo per capire le difficoltà e cosa ci aspetta. Io intanto vado in esplorazione per vedere se trovo zone di terreno o roccia. Non voglio semplicemente seppellirli nel ghiaccio.» 

Mi equipaggiai completamente, casco, fucile e uno zainetto tattico con cibo, acqua e kit medico. Verificai la comunicazione e lo stato della armatura e uscii in esplorazione.

Vidi un zona elevata sul fianco destro della navetta e mi diressi in quella direzione per avere una vista più ampia del luogo di atterraggio. In una mezz’ora arrivai alla base del rilievo ed iniziai a sondare il terreno per capire se ci fosse terreno o roccia vicino alla superficie. 

Nulla. Decisi di salire in cima alla guglia più alta per avere una visuale migliore. Ci misi più di un’ora e quando arrivai in cima, quello che vidi era ghiaccio, ghiaccio ovunque. Uno scenario che sarebbe stato stupendo da ammirare su un maxi schermo, con un buona musica di sottofondo e un drink in mano, ma non certo per viverci. 

Attivai la visione telescopica del casco e iniziai lentamente ad esplorare le varie zone. Dopo una mezz’ora avevo individuato un paio di rilievi, a circa un tre chilometri o poco più, uno in direzione sud, l’altro in direzione sud est. Entrambi, leggermente differenti come colore ed aspetto da quelli circostanti, davano l’impressione di avere roccia non troppo lontana dalla superficie del ghiaccio.

Rientrato alla navetta cercai Siro, Daniel e Willy per avere il punto della situazione e iniziare a stendere un piano concreto.

«Per l’integrità della navetta» iniziò Willy «Non ci sono gravi problemi; credo che potremmo con poco trasformarla in un rifugio decente.» 

«Mentre per i corpi» continuò Daniel «si possono rimuovere tagliando alcuni pezzi delle paratie e rimuovendo diversi sedili.»

«Siro, dovremmo avere un’altra tenda, che ne pensi se la montiamo poco lontano dalla navetta e ci trasferiamo i corpi dopo averli rimossi?»

«Mi sembra la cosa più giusta per il morale dei sopravvissuti in attesa di trovare un luogo definitivo per la sepoltura.» 

«Siro, ho identificato due possibili zone rocciose, grosso modo ad un tre chilometri in linea retta. Andremo insieme per un giro di esplorazione», continuai, «probabilmente avremo bisogno di una lancia termica portatile per fondere il ghiaccio ed aprirci la via; porteremo con noi anche l’attrezzatura da arrampicata e provviste per almeno tre o quattro giorni. Meglio essere prudenti.» 

«Ok, vado a preparare il materiale» mi rispose.

«Willy per favore aiuta Daniel e la sua squadra nel compito di montare la tenda e rimuovere i corpi.» 

«Certo, sarà un onore fare qualcosa per i mie sfortunati compagni.»

Il giorno non accennava a volgere al termine. Questo mi faceva pensare che fossimo piuttosto al nord rispetto alla fascia equatoriale. Come la Terra anche questa pianeta aveva giorni e notti molto lunghe in vicinanza dei poli. Maledissi il fatto di non aver letto tutto il fascicolo del pianeta, mi ero concentrato solo sui dati della fascia equatoriale e della miniera che, dopotutto, erano il nostro obbiettivo.

Non sapevo quanto sarebbe durata la luce diurna e farsi prendere dall’oscurità tra i ghiacci non era cosa molto furba. Fortunatamente il gigante gassoso dominava il cielo, si poteva ragionevolmente sperare in una leggera luminosità che rischiarasse la notte.