La Saga di Ozo – 3 cap – La nave Vanai e l’incontro con Theel

La nave Vanai e l’incontro con Theel

 

“Vanai”. Questa nome mi risuonò nella mente, poi mi ricordai del vascello alieno scoperto su Titano nel 2156, erano passati poco più di 300 anni, una specie aliena evoluta che ci studiava e ora ci parlavano direttamente nella nostra lingua.
«Se volete accomodarvi nella mia nave… e immagino sia il caso di avvisare i vostri compagni se lo desiderate» continuò la voce.
«Willy sono Ozo!»
«Dimmi…»
«Grosse, grossissime novità, una nave aliena, cioè una nave Vanai. Ti ricordi la scoperta su Titano?»
Un paio di esclamazioni non proprio eleganti «Cosa? In che condizioni è?»
«Non lo so risposi. Ci hanno invitato ad entrare. Ho deciso di andare, ho la sensazione che non ci saranno problemi o brutte sorprese. Anzi..»
«Ok Ozo, manteniamo il contatto come previsto.»
«Ci proverò, non so se ci riuscirò dall’interno della nave. Chiudo.»

Guardai Siro, la mascella contratta che si intravvedeva dietro la visiera del casco, ma lo sguardo tranquillo. Eravamo ad un momento storico della storia umana. I Vanai erano la più antica specie di cui avevamo sentito parlare e di cui avevamo la prova della sua esistenza. Una specie che ci aveva osservato per un tempo lunghissimo, con discrezione, da lontano. I motivi non erano chiari ma forse un giorno l’avremmo scoperto.
«Accettiamo volentieri. Grazie» Trovare le frasi giuste non era facile, non ero certo un diplomatico. Ma, ripensando agli insegnamenti di mio padre, il rispetto e la buona educazione aiutavano sempre.
Il droide si girò abbassando le braccia e si incamminò all’interno della nave per un corridoio. Sentii lo sportello chiudersi e anche l’imprecazione di Siro. Un’altro portello si aprì davanti a noi e si richiuse dopo il nostro passaggio. Ci ritrovammo chiusi in una stanza. Una serie di simboli scorreva su un pannello. Poi la porta che avevamo davanti si aprí.
«Siamo stati sottoposti alla decontaminazione» disse la voce che usciva dal droide «Siamo in quello che voi chiamereste ponte inferiore, ora saliremo al livello superiore. Vi farò accomodare in quello che voi definireste Sala Tattica, così potemmo parlare più comodamente.»
Procedemmo per un ampio e lungo corridoio. Ogni tanto sulla parete alla nostra sinistra si aprivano vani che mostravano spazi a volte ristretti a volte ampi. Osservavo attentamente mentre cercavo di immaginare la dimensione della nave, mi sembrava enorme.

Arrivammo alla fine svoltammo a sinistra, proseguendo il nostro cammino. Un’altra svolta e raggiungemmo l’elevatore per passare al ponte superiore. Finalmente entrammo in un’ampia sala, sarà stata almeno 15 metri di lunghezza e poco meno di larghezza, al centro un tavolo, rotondo, con schermi inseriti nel piano, alcuni sedili attorno.
Il droide ci fece segno di accomodarci, indicandoci di guardare in una specifica direzione. Dopo un attimo apparve l’ologramma di una figura umanoide, con un volto dalle proporzioni strane, ma che trasmetteva serenità e saggezza… e iniziò a parlare.

«Sono Theel, perdonatemi se non mi presento in forma fisica, ma il mio corpo ha cessato le sue funzioni circa 200 anni or sono. I miei studi mi hanno permesso di trasferire la mia essenza, la mia mente all’interno dei computer della nave grazie alla tecnologia di questo nostro gioiello, la Nerell. Ero già piuttosto vecchio quando sono partito con questa nave scientifica, la più evoluta che i Vanai abbiamo mai realizzato e unica del suo genere.»
«Ci sono specie nuove e forti nella galassia. Voi siete tra queste, siete interessanti; vi abbiamo iniziato ad osservare da circa tremila anni per seguire il vostro percorso di crescita» e continuò «per tutto questo tempo, le nostre navi osservatorio vi seguivano attentamente e con discrezione. Poi una di queste navi subì un incidente e precipitò su una luna del sesto pianeta, circa 350 anni or sono. Questa nave era partita per soccorrerla e recuperarla, ma incontrammo alcune navi Hurt’zu che ci attaccarono e dovemmo fuggire non essendo armati»

«Quindi anche voi…» accennai una domanda.
«Si anche noi da oltre 2000 anni resistiamo alle orde degli Hurt’zu.» «Volevi dire combattiamo, immagino.»
«Non proprio, resistiamo. I Vanai non sono più un popolo guerriero da almeno 200.000 dei vostri anni. La nostra specie è vecchia, molto vecchia e probabilmente siamo alla fine del nostro percorso.»
Sentii malinconia e rassegnazione nella sua voce, non riuscivo ad immaginarmi che fosse all’interno di un computer.
«Rimasi solo e riuscii a nascondere la nave tra i ghiacci di questo pianeta», continuò il suo racconto, «cercai di riparare la nave, ma purtroppo si rivelò un compito arduo per una persona sola.»

«Mi dispiace molto per le vostre vicissitudini» e aggiunsi «Non so se possiamo essere utili, ma siamo anche noi caduti su questo pianeti dopo un attacco Hurt’zu…»
«Capisco, ma probabilmente questo incontro è un punto di svolta nella storia…» mi interruppe «Ho sempre visto la vostra specie come il nostro futuro, come nostra specie cadetta, avete qualità che potrebbero contenere la piaga Hurt’zu.»
Sbuffai «Non voglio mettere in discussione le tue parole, hai un po più esperienza di me…» lo vidi sorridere, o perlomeno quello che interpretai come sorriso.
«Ecco appunto, quello che volevo dire, sei davanti ad un ologramma gestito dalla mente e dall’essenza del rappresentante di una specie per te aliena, vecchia di quasi un milione di anni, e non ti scomponi minimamente e mi hai offerto anche aiuto. C’è bisogno di questa energia, questa positività che sono tipiche delle specie più giovani.»
Rimasi a guardarlo, impegnato a digerire il senso delle sue parole.
«Ora tocca a me chiederti se posso essere utile. So che siete rimasti in pochi e con poche risorse, in questa zona coperta di ghiacci. So che stavi cercando un posto dove dare degna sepoltura ai tuoi compagni, so che avete un ferito grave in serio pericolo di vita.»
«Ma…» lo interruppi.
«Ti spiegherò poi come faccio a sapere tutto questo, ma ora lasciami finire», disse con fare deciso.
«Posso ospitarvi nella mia nave, nutrivi e curarvi, posso provvedere alla sepoltura dei vostri compagni. Quello che vi chiedo è di aiutarmi a far decollare questa nave e raggiungere la mia gente. Poi una nave vi porterà ovunque desideriate andare.»

Il silenzio cadde nell’ampia sala. Siro ed io ci guardammo, travolti da tutte queste informazioni, dalla meraviglia, dalle opportunità immediate e future. Annuimmo contemporaneamente.
«Non riesco ad immaginare come potremmo aiutarti, ma comunque accetto la tua proposta.» Guardai Siro che annuii. «Accettiamo la tua proposta», mi corressi, «mi sembra equa e non siamo nelle condizioni di trattare, l’importante è salvare la squadra.»

«Bene, vedrai che non te ne pentirai, anzi», aggiunse Theel. «Ora seguite il droide vi porterà ad una delle nostre navette, che potrà decollare grazie al solco che questa nave ha creato atterrando e che i droidi hanno mantenuto nel tempo.» Annuii, ora mi era chiaro che cosa era quel canalone.
«Avvisa la tua squadra che stai arrivando a salvarli su una navetta non della Federazione, non si sa mai che si allarmino inutilmente. Salirà con voi un droide medico per aiutare il vostro compagno ferito; devo attivarlo, è fermo da tempo, ma sarà puntuale alla partenza della navetta. Ora andate.»

Il droide, che era rimasto in attesa sulla porta della Sala Tattica, ci fece strada, ripercorrendo il corridoio di prima, credo. A fianco della porta da cui eravamo entrati che riconobbi da alcuni simboli su di essa, c’era un’alta porta molto più ampia che si aprì su uno spazio immenso dove erano alloggiate quelle che avrei definito delle saponette, come avevo visto sui alcuni testi di storia, ma giganti e di varie dimensioni. Ci dirigemmo verso una lunga circa 30 metri, larga una quindicina e alta almeno cinque se non di più. In quella che immaginavo essere la parte posteriore c’era un portello aperto e ai lati due aperture oblunghe che potevano essere anche parte dei propulsori. Il droide ci fece cenno di salire e di accomodarci sui sedili lungo le pareti, dopo essere passati per una secondo portello. Mi ricordava molto le nostre navette da sbarco, in fondo si intravvedeva una coppia di sedili, probabilmente la cabina di pilotaggio.
Il droide usci e poco dopo ne entrò un’altro, con il volto marcato da lineamenti che ricalcavano quelli di Theel o più probabilmente uno standard Vanai. Si sedette al posto di guida e la navetta uscì dalla nave e volò nel tunnel alzandosi nel punto da dove eravamo scesi e si fermò a mezz’aria.
«Puoi gentilmente avvisare la tua squadra?» La voce del droide era leggermente differente da quella di Theel o forse era una mia impressione.
«Certamente», dissi. Attivai la comunicazione «Qui Ozo!, Willy mi ricevi?»
«Finalmente Ozo, ma dove eri finito? Eravamo preoccupati!»

Mi accorsi che era passata più di un’ora dal nostro ultimo contatto, tutte le informazioni ricevute mi aveva fatto perdere il senso del tempo
«Hai ragione Willy, ora non ho il tempo per convenevoli o spiegazioni. Hai raccolto tutti i caduti e tutto il materiale utile?»
«Si», mi rispose.
«Bene, allora ascolta attentamente e non fare domande, ma esegui solo gli ordini. Le spiegazioni arriveranno in un secondo tempo…»
«Mi devo preoccupare?» domandò Willy, era fatto così, impossibile cambiarlo e non volevo neanche provarci.
«Ascoltami attentamente. Arriverò tra un paio di minuti su una navicella aliena che ci porterà al sicuro. Faremo salire tutti, poi caricheremo i materiali ed infine i nostri caduti. Ci sarà qualcuno che si occuperà di Sayuri. A proposito come sta?» Chiesi.
«È peggiorata ma resiste ancora, Toni la sta seguendo.»
«Bene, devi dire a Toni che avrà un aiuto e dovrà seguire le indicazioni di questa, diciamo persona, senza fiatare. Deve dargli fiducia qualsiasi cosa faccia.»
«Come “diciamo persona”, cos’è?»
«Ok Willy, è un droide evoluto specializzato in soccorso medico.»
«Ma che… ok mi hai detto di non fare domande, ma poi voglio sapere tutto, ma proprio tutto!»
«Promesso, ora arriviamo.»
La navetta si rimise in viaggio e dopo pochi minuti atterrammo, meglio rimanemmo sospesi a 20 centimetri dal suolo ghiacciato, mentre il portellone si apriva. Noi eravamo già in quella che avevamo scoperto essere una camera di transito con scopi di decontaminazione.
Scendemmo tra gli sguardi attoniti e le mille domande.
«Silenzio per favore, abbiamo poco tempo» urlai «Willy accompagna il drone da Sayuri e poi torna qui» guardai i miei compagni «Noi trasportiamo sia il materiale che i nostri caduti ai lati di questo portellone. Ogni cosa e persona che entra dovrà subire la decontaminazione. È indolore e non pericolosa ed è per la nostra e la loro sicurezza» annuirono stimolati dal dovere «ora organizziamoci e diamoci da fare.»

Un’ora dopo eravamo di nuovo in volo per raggiungere l’astronave. Ciascuno dei nostri caduti avvolto in una specie di contenitore all’interno della camera di decontaminazione.