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L'UBICAZIONE DEI CAMPI DI ALLENAMENTO E DI GARA
"... poi con la nobiltà la plebe mista l'aria di frecce a gara facea nera." L. Ariosto
Dall'archivio Estense, ora a Modena, l'unica notizia attendibile di epoca medioevale è
l'uso di un terreno detto "Praisolo" (prato isolato) situato presso la chiesa di
Santa Maria in Vado (del guado) tuttora parrocchia esistente del centro storico e il cantone
del follo.
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La collocazione del luogo è da ritenersi nella attuale via Praisolo, fra il
cortile di casa Romei, edificata nel XV secolo ed una parte del cortile od orto del convento
del Corpus Domini, ora facente parte, dell'area cortiliva della scuola "L. Einaudi".
Sulla carta del 1362, sicuramente poco esatta e di certo ribaltata rispetto al nord, appare
un triangolo di terra fuorimura, che riteniamo essere con buona approssimazione il nostro luogo.
La successiva urbanizzazione dell'area, con l'annessione di un pezzo di fuorimura (odierna via
Terranuova) e l'edificazione della dimora Romei, del convento, della casa dei Savonarola e di
altri edifici, costrinsero gli armigeri a spostare altrove il loro campo di allenamento.
Un'altra nebulosa nota ordina ad "armigeri, arciferi et ballistari di far loro pratiche
in braide fuorimura" (per braidam ad battaliolam). In dialetto, la braia è un
pezzo di terreno incolto, alberi ed erba spontanea, spesso corredato da uno stagno. |
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Dalle cronache del Caleffini, si ha certezza che le gare di tiro all'arco e alla balestra
piccola e grossa, si tenessero presso la chiesa di San Giovanni Battista a Castel Tedaldo,
ora non più esistenti. Non ci è; altrettanto noto se il luogo fosse adibito anche a sede di allenamento e
non solo a stadio.
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L'ubicazione del campo di tiro, dopo l'addizione Erculea del 1492,
cioè; l'ampliamento urbano con relativa cinta muraria attuale, nella pianta del
Bolzoni è posta fra la mura degli Angeli ed il cimitero ebraico. Nella punta detta
della "montagnola" è ubicato un monticello di terra eretto artificialmente
e tuttora esistente, che serviva da paracolpi.
Frontalmente, circa cento metri indietro, con l'accesso da via delle Vigne,
esiste una casa rustica quattrocentesca, abitata, che probabilmente era la sede
del tiro a segno di allora.
In epoca medioevale, quindi precedente al 1492, il cimitero ebraico era volutamente
situato fuori città, per ragioni razziali, religiose e di superstizione e,
forse, il luogo del tiro a segno, in origine, era una delle menzionate "braide
fuorimura". Ora il luogo è adibito ad orti, ma il suo aspetto non
è cambiato nel tempo.
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NOTE RACCOLTE DA DOCUMENTAZIONI FERRARESI
Archivio Estense di Modena.
Marchese Niccolò; III, 1436- ultimo di Gernnaio, Castelnuovo - "
In la chamera de la prexon dove abita mastro Lunardo de Alemagna, bombardiero,
balestre quattro da mulinele cum lj soj mulinelj furnidi... balestre quattro da
cirela furnidi dè cinti... veretunj doxento da balestra da mulinelo...
veretunj doxento da balestra da cirela. Le quale balestre e saietame dise che
gie sta dade per parte del S.E. Bartolazo di Pizobecharj, capitano del chastelo novo.
1448, 13 Giugno
"Pe bolare le balestre de la municione dele castele del prefato N.S. Un fero cum
cavatoglie, dentro el lovo cerviero cimiero del prefato N.S. ave Maestro Nicolò;
da le balestre...".
Da queste notizie frammentarie, prese da fogli staccati d'archivio, emerge l'uso militare
di almeno due tipi di balestre: uno da mulinello, grosso, con l'arco sicuramente di acciaio
ed uno da cirela (zirela, in italiano "carrucola") più piccolo e forse
ancora con l'arco di corno.
Sicuramente diversi i carichi di potenza, in quanto viene fatta distinzione fra i due tipi
di dardi ed il completamento degli attrezzi di caricamento. Dal "Diario ferrarese"
di Ugo Califfino, vissuto tra la fine del XV e il XVI secolo.
"Croniche facte et scripte per Ugo Califfino, notaro ferrarexe, comenzando quando
l'illustrissimo Duca Hercole fu facto Duca e signore de la citade de Ferrara, Modena,
Regio..:"
1471, Agosto 20
"Da Castelnovo, dove si trovava, lo quale del 1448, fece fare lo prefato quondam
Signore Nicolò suo padre, Hercole partì; cum circa 3000 fra balestrieri a
cavallo, balestrieri a pede, sciopetari, provisionati, fanti, et altre persone armate cum
arme inastate".
1480, Aprile 30
Schieramento difensivo contro i veneziani.
Il Duca mandò; Francesco da Ortona, con cinquecento fanti fra "schipeteri,
balestrieri et altri", verso il fossato di Zanmiolo sul Po.
1482, Luglio 2
Si assoldarono in Ferrara tredici schiopetieri e quaranta balestrieri, fuggiti da l campo
veneziano.
1484, Novembre 25
Arrivò il Conte Pietro Dal Verme, dalla Stellata, con squadre quattro e venticinque
balestrieri a cavallo.
1485, Dicembre 1
Partì; da Ferrara Gian Giacomo Trivulzio, per andare a soccorrere la Bastia del
Fossato di Zanmiolo, assediata, con sette squadre di cavalli, cento balestrieri e cinquecento
fanti, ma il giorno stesso cadde l'importante fortezza.
1491, Maggio 6
Passaggio e dimora in Ferrara, in Schifanoia, a spese del Duca, di un ambasciatore veneziano
diretto a Roma. Il Duca aumentò venti balestrieri a cavallo "per reguardo de la
sua persona et suoi bisogni".
1492, Giugno 24
Il Duca, dopo aver assistito al tiro delle balestre a S. Giovanni di Castel Tedaldo,
andò; incontro ad un residente milanese.
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LE GARE, I GIOCHI E LO SPORT
Esaurito l'argomento dell'ubicazione dei poligoni di addestramento e del campo
di gara e, riportate alcune note sul risvolto militare dell'argomento in causa,
esaminiamo il lato più attraente e sicuramente di nostro interesse, lo sport.
I ludi, giochi, tenzoni, tornei, come sono stati chiamati in passato in mille
modi le gare di tiro con l'arco e la balestra.
Oggi, come allora, questo gioco è un momento di aggregazione fra i cittadini...
"nobiltà e plebe" dice l'Ariosto nei Cinque Canti.
Chi si ricorda il dì di San Giovanni
che sotto Ercole o Borso era si allegro
che poi veduto non abbiam molt'anni
come ne ancora altro piacere integro
di poi che cominciar gli assidui affanni
dei quali è in tutta Italia ogni corre egro.
Parlo del dì che si faceva contesa
di saettar dinanzi alla sua chiesa.
Qul dì innanzi alla chiesa del Battista
si ponean tutti i sagittari in schiera.
Ne colpo uscia fin ch'al bersaglio vista
la saetta del Principe non era.
Poi con la nobiltà la plebe mista
l'aria di frecce a gara facea nera.
Ludovico Ariosto, ricorda con nostalgia un sano passatempo, occasione di allegria,
disputato alla chiesa di San Giovanni, presso il Castel Tedaldo, ora purtroppo non
più; esistenti, perché abbattuti nel XVII secolo dall'amministrazione
papalina, per far posto ad una gigantesca quanto inutile fortezza, per altro a sua
volta distrutta dai cittadini durante il Risorgimento.
Sulla pianta del 1390 é molto ben in vista il luogo descritto, adiacente al
corso del Po, ora canalizzato con argini, ma ancora lì.
Come avvenisse in realtà la gara non lo sappiamo, quanti metri o passi, quanti
tiri, le dimensioni del bersaglio?
L'Ariosto dice "davanti alla Chiesa". Ma la presenza del corso d'acqua avvalorava la
versione che ne dà il M° Dino Tebaldi (vivente) sulla scorta di sue importanti
ricerche sull'argomento dei giochi.
Dal resto del Carlino del 23 Gennaio 1992:".....Allora soltanto il tiro al bersaglio
(Palio di San Giovanni) consentiva di calibrare il pelo nell'uovo. Il bersaglio era
messo nel centro del fiume, un'asse con la brocca piantata nel centro. Gli arcieri
ed i balestrieri si allineavano lungo l'argine sinistro - dalla parte del perduto
Castel Tebaldo - a quel tempo forse, correva parallela al fiume la staccionata o
la sottile cortina muraria di tipo borsiano, non ancora i terrapieni ed i baluardi,
quindi non c'erano tribune naturali. La gente si accalcava come poteva.
Dopo la freccia del Duca, seguivano i tiri dei concorrenti, forse con
frecce già personalizzate ..... che trovata!!!
Alla fine di ogni batteria, il tavolaxo veniva recuperato alla riva ed esaminato dai
giudici. In caso di parità, c'erano dei tiri supplementari; permanendo
l'uguaglianza, il sorteggio, il pari e dispari, la divisione del premio.
Dal diario del Caleffini:" ..... Et have il Palio el Moscha del Borgo del Leone, la mitade, et la mitade un altro...".
- Un altro anno:" .... havelo Maistro Andrea delle balestre, che fu il primo,
cioè più proximo a la brocha del tavolaxo".
- L'altro anno:"... havelo Peregrino Manusso, muratore (Pellegrino Manucci)".
Il Palio era una pezza di stoffa:" .... un Palio di rosato di grana ... et
un fiolo del Moscha fu il primo a la brocha, et lo have".
- 1472, Giugno 24. - Pioggia e gran freddo, per cui non si poterono fare i
consueti tiri con le balestre. Anche allora la fortuna era cieca, ma la sfiga
vedeva benissimo.
- 1475, Giugno 24. - Gara a Castel Tebaldo: " con premio di sette braccia di
panno di grana che ebbe il Moscha, al secondo una balestra, al terzo il tavolaxo
con tutte le frecce" . Assistette a tutta quella gara il Duca, che stando dalla
carretta di Corte, prese parte al tiro, come pure i suoi fratelli.
- 1476, Giugni 24. - " Stesso logo, vinse lo premio Sigismondo d'Este ( fratello
del Duca ) il secondo toccò a un tale Andrea delle balestre, della guardia
ducale". " Semdo altresì memoria che insino da li tempi de lo Marchese
Nicolò III si fece tenzone di balestra grossa e piccola" . A Ferrara,
in Via Formignana nc. 88, esiste tuttora la casa di Andrea delle Balestre;
sul portale è scolpito il suo marchio di fabbricante.
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L'ARCO
Sul tiro con l'arco, abbiamo abbondanti fonti iconografiche che ci supportano dal lato visivo,
ma non molto scritto.
Nel museo della Cattedrale troviamo l'arciere ferrarese più vecchio, altorilievo del sec.
XI, attribuito a Nicholaus. Rappresenta un arciere cacciatore , collocato in una formella della
perduta Porta dei Mesi e si riferisce al mese di Novembre. Impugna un arco riflesso di tipo
bizantino, sorprendentemente scolpito con una grazia e precisione rari a quel tempo.
Dopo questo vecchio arciere, ne troviamo di più giovani, del quattrocento, negli affreschi
del Cossa a Palazzo Schifanoia, Nel mese di Marzo, appare un giovane che regge, in una mano, un
anello di legno e nell'altra una freccia da arco. Riteniamo possa rappresentare una gara,
confortati anche da uno scritto ravennate, che descrive una competizione "ad infilare un anello
di legno".
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Nello stesso ciclo di affreschi, appare un arciere armato di tutto punto: arco ricurvo,
faretra rigida parallelepipeda campanata in basso, parecchie frecce impennate d'oca a parabola;
nella stessa mano che regge l'arco, ne esibisce tre, Pertanto, abbiamo pensato che la gara fosse
disputata, come oggi, con voleè di tre colpi (nulla è cambiato).
Nella fascia superiore, per il mese di Maggio, Apollo, sul carro trionfale, regge un arco simile a
quello dell'arciere sottostante.
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A palazzo Paradiso, sede dell'università antica, ora Biblioteca Ariostea, dalla quale
provengono molte delle informazioni riportate, appare affrescato nel trecento, un arciere corredato
di tutte quelle caratteristiche che fanno " l'arciere ". Folta barba rossastra, fisico imponente,
sguardo attento e berretto alla " Robin Hood ". Comune denominatore, tutti hanno archi a doppia
curva o riflessi di chiara origine mediterranea.
Il 15 Febbraio 1450 , l'armaiolo ferrarese Lorenzo Spandoneri, marito di Pierina di fu Pietro
Peronelli, intesta alla moglie :" dodici archi de oso (corno ), un turcasso con dodici frecce,
due schesine di ferro per lavorare gli archi, due lime di ferro, un vecchio ceppo per raddrizzare
corna, una coperta. Era malato e gli affari andavano male, ma per legge era obbligato a salvaguardare
la moglie restituendo la dote.
Il pittore Antonio Pisanello, ritrae, in Ferrara, un arciere calmucco facente parte della guardia
dell'imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo, venuto nel 1438 per il Concilio politico-religioso
chiamato appunto Concilio di Ferrara. Il Pisanello era presso gli Estensi per lavori importanti e fu
senz'altro colpito dalle inusitate sembianze di questo strano uomo. Lo schizzo, a punta d'argento e
penna ( cm. 17,5 x 23 ) è conservato a Parigi (Museo del Louvre). L'autore lo ha utilizzato
negli affreschi di S. Anastasia a Verona, nel " San Giorgio e la Principessa", arco esterno della
cappella Pellegrini.
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ARCHI E BALESTRE E LORO ACCESSORI
Fortunatamente nei nostri musei, disponiamo di molti pezzi conservati in modo egregio,
belli e leggibili, a cui poter fare riferimento per la ricostruzione delle attrezzature di gara.
Gli archi che compaiono nella iconografia italiana sono esclusivamente composti riflessi, o doppia
curva. Quindi, per rispettare le nostre tradizioni, è di rigore dotarsi di pezzi ricostruiti
secondo questi dettami. A questo risultato la nostra Compagnia è giunta attraverso una seria
opera di ricerca ed all'abilità di un artigiano arciere.
Uno dei più prestigiosi musei di Venezia, ci ha concesso di visionare, misurare, disegnare,
gli spendidi esemplari della collezione museale.
Il risultato è stato immediato e confortante.
Lo stesso criterio si applica anche al campo della balestra.
Al museo Stibbert di Firenze ed alla Rocca Sforzesca di Imola sono presenti alcuni dei più
begli esemplari d'Italia. Questi nomi, tanto per citarne due importanti raccolte, ma nel nostro
paese esiste solo l'imbarazzo della scelta circa quale museo visitare.
I tipi di balestra sono fondamentalmente due: uno grosso a mulinello, che tira da un appoggio-scudo
pavese, di solito-uno più piccolo - manesco, in gergo antico - imbracciato direttamente a mano.
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LA GARA DELLE BALESTRE
Stando a quanto ci descrivono l'Ariosto ed il Caleffini, la gara iniziava con un tiro del Duca, non
si sa bene se colpo inaugurale, oppure, se le "Sue Signoria ", succedutesi nel tempo fossero davvero
competitivi. Da quanto ci dicono gli autori consultati, tutti i cittadini partecipavano "poi con la
nobiltà, la plebe mista". Viene menzionato il tavolaxo con pìantata una brocca,
presumiamo che si trattasse di un bersaglio di assi con uno spuntone di legno sporgente, come usano
in quasi tutte le città italiane.
Quanti metri, o passi, visto che non si trovano regole, noi diciamo: le balestre piccole a non
più di venticinque metri e non più di quaranta per la grossa in appoggio.
Negli statuti lucchesi, per i giochi con la balestra , riportati sia da Antonio Romiti che da Angelo
Angelucci, si parla di una distanza di gara intorno a 120 passi che l'Angelucci traduce in mt. 88,895.
Riteniamo sia quasi impossibile trovare spazi di tali dimensioni in cortili medievali e che,
tale distanza, sia proibitiva per gareggiare. Per cui, forse, l'interpretazione non è da
riferirsi a passi, bensì a piedi e ,guarda caso, 120 piedi equivalgono ai 36 metri usati
da sempre per il tiro della balestra da banco.
Quanti tiri? ...Uno solo ci pare un pò riduttivo.
Vedremmo bene la gara ad eliminazione, poi la brocca per finale.
Questo almeno per le gare di balestra manesca. Ci rendiamo conto che le balestre grosse, dato il
loro ingombro e la lentezza d'impiego, non possono che gareggiare con un solo tiro.
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LA GARA DI TIRO CON L'ARCO
Come già accennato, negli affreschi di Schifanoia, appare un paggio recante una freccia
ed un anello di legno. Fatte le debite proporzioni della figura a mt. 1,70 è risultato
un diametro di cm.30 per l'anello ed una lunghezza di cm. 70 per la freccia, che corrisponde
a 28 pollici inglesi, lunghezza per la freccia di un uomo di media statura. Quindi la precisione
del pittore è attendibile.
Nello stesso affresco, l'arciere armato reca in mano tre frecce, a nostro avviso, i tre colpi di
gara, come si usa tutt'oggi.
Nel ricostruire la competizione abbiamo proceduto in questo modo.
Non sapendo se l'anello venisse via via allontanato per creare dei parametri di difficoltà
durante lo svolgimento della tenzone ed a che distanza venisse posto dalle linee di tiro, allo
scopo di non dover spostare i bersagli durante la gara, per questioni di sicurezza oggi
indispensabili, la nostra competizione avviene come segue:
- anello da cm. 40, per tutti tre tiri, almeno una delle frecce deve entrare nell'anello,
altrimenti eliminazione;
- per chi passa la batteria, anello da cm. 30, stessa regola.
- finale sull'anello da cm. 20. Se un solo arciere centra l'anello "Vittoria";
- in caso di due o più colpi a segno, finalissima sulla brocca da cm. 5.
Vince chi va più vicino al segno.
Distanza, per agevolare tutti da mt.18 a mt. 25.
Sul tiro con l'arco è stato scritto talmente tanto, forse troppo, in decine di trattati
ad uso sportivo, storico, ecologico, ecc .... che questo attrezzo, conosciuto in quasi tutto
il mondo, di segreti non né ha, tranne quello che si cela nella mente e nel cuore di
ogni arciere e che va tirato fuori nel momento della gara.
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